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La verità sull’Ho-opono pono

3 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

😇 Ho’oponopono: a chi stiamo parlando davvero quando recitiamo il mantra? 😇


Quando si parla di Ho’oponopono, quasi tutti pensano immediatamente alle quattro frasi diventate famose in tutto il mondo:


Mi dispiace.

Perdonami.

Grazie.

Ti amo.


Molte persone le ripetono pensando alla persona con cui hanno avuto un conflitto: “Mi dispiace per quello che è successo tra noi, perdonami, grazie, ti amo.”


Ma questa interpretazione, per quanto possa essere emotivamente utile, non descrive pienamente né l’Ho’oponopono hawaiano tradizionale né il significato attribuito alle quattro frasi nelle moderne pratiche di Self I-Dentity through Ho’oponopono.


Prima distinzione: l’Ho’oponopono tradizionale


La parola hawaiana ho‘oponopono richiama l’idea di rimettere le cose a posto, correggere, ristabilire ciò che è giusto o in equilibrio.


Storicamente l’Ho’oponopono era soprattutto una pratica familiare e comunitaria di riconciliazione. In presenza di conflitti, rancori o problemi, le persone coinvolte si riunivano, spesso con la guida di una figura autorevole, per riconoscere ciò che era accaduto, assumersi le proprie responsabilità, chiedere e concedere perdono e ristabilire l’armonia.


Non era quindi semplicemente la ripetizione individuale di quattro parole.


La forma oggi conosciuta internazionalmente deriva invece soprattutto da sviluppi contemporanei associati a Morrnah Nalamaku Simeona e, successivamente, agli insegnamenti divulgati da Ihaleakala Hew Len.


Ed è qui che cambia radicalmente la prospettiva.


Se penso a una persona, sto parlando a quella persona?


Non necessariamente.


Nella concezione moderna dell’Ho’oponopono, il punto centrale non è convincere, cambiare o “ripulire” direttamente l’altra persona.


Il lavoro viene riportato dentro di noi.


Se una persona suscita in me rabbia, paura, dolore, gelosia o risentimento, posso considerare ciò che sto sperimentando come qualcosa che sta facendo emergere in me memorie, schemi e reazioni.


In questa prospettiva, quindi, non sto dicendo:


“Tu mi hai fatto soffrire: perdonami e ti amo.”


Sto lavorando con ciò che quella situazione sta facendo emergere dentro di me.


Ed è questa una delle chiavi più interessanti dell’Ho’oponopono moderno: la pulizia non viene imposta all’altro.


Allora a chi diciamo “Mi dispiace, perdonami, grazie, ti amo”?


Nelle interpretazioni contemporanee più diffuse, le parole possono essere intese come rivolte alla Divinità, al Divino o alla dimensione interiore con cui si sta svolgendo il processo di pulizia, più che alla persona esterna.


Possiamo comprenderle così:


MI DISPIACE


Riconosco che dentro di me è presente qualcosa — una memoria, una reazione, uno schema — che partecipa alla mia esperienza attuale.


Non significa necessariamente:


“Sono colpevole di ciò che è accaduto.”


Significa piuttosto:


“Riconosco che questa esperienza sta avvenendo anche nel mio mondo interiore.”


È responsabilità interiore, non colpevolizzazione.


PERDONAMI


Qui nasce uno degli equivoci più frequenti.


Non sto necessariamente chiedendo perdono alla persona che ho davanti.


Nella lettura spirituale moderna posso rivolgermi al Divino chiedendo che venga sciolto ciò che, dentro di me, mantiene attiva quella memoria o quella sofferenza.


È come dire:


“Perdonami per ciò che dentro di me continua a trattenere, alimentare o riprodurre questa memoria. Aiutami a liberarla.”


GRAZIE


Il “grazie” introduce fiducia.


Ringrazio perché il processo di pulizia è stato affidato a qualcosa che considero più grande della mia mente razionale.


Non devo necessariamente sapere come avverrà il cambiamento.


Ringrazio anche ciò che è emerso perché mi ha permesso di vedere qualcosa che prima era nascosto.


TI AMO


Il “ti amo” non deve essere necessariamente indirizzato alla persona con cui abbiamo un problema.


Può essere rivolto al Divino, alla Vita, alla parte profonda di noi stessi e, simbolicamente, anche alla memoria che stiamo lasciando andare.


L’amore diventa uno spazio nel quale smettiamo di combattere ciò che emerge.


Quindi non dobbiamo visualizzare l’altra persona?


Possiamo pensarla, certamente.


Può essere proprio il suo volto, il suo nome o il ricordo di una determinata situazione a far emergere ciò su cui desideriamo lavorare.


Ma c’è una differenza fondamentale:


la persona è il punto che fa emergere il materiale interiore; non è necessariamente il destinatario della pulizia.


Per esempio, immaginiamo di avere un fortissimo risentimento verso qualcuno.


Possiamo richiamare alla mente quella persona e osservare ciò che emerge nel nostro corpo e nelle nostre emozioni.


Poi possiamo rivolgere interiormente la pratica al Divino:


“Mi dispiace per le memorie che dentro di me stanno partecipando a questa sofferenza. Perdonami. Grazie per la possibilità di liberarle. Ti amo.”


A quel punto non stiamo tentando energeticamente di obbligare l’altra persona a cambiare.


Stiamo lavorando sulla nostra relazione interiore con ciò che è accaduto.


La responsabilità non significa colpa


Questo è probabilmente il punto più delicato.


Dire che lavoriamo sulla nostra esperienza interiore non significa sostenere che abbiamo provocato tutto ciò che ci accade, né che siamo responsabili delle azioni compiute dagli altri.


Se qualcuno ci tratta male, la responsabilità del suo comportamento rimane sua.


Possiamo però scegliere di occuparci di ciò che quell’esperienza lascia dentro di noi.


Ed è qui che la pratica acquista un significato molto più sano:


non controllo l’altro; lavoro su ciò che posso trasformare in me.


Ho’oponopono non serve a cambiare qualcuno


Se utilizziamo il mantra pensando:


“Lo ripeto finché quella persona tornerà da me.”


oppure:


“Lo faccio affinché lui cambi comportamento.”


stiamo trasformando la pratica in uno strumento di controllo del risultato.


La prospettiva dell’Ho’oponopono moderno è differente.


Io pulisco ciò che emerge senza pretendere di stabilire in anticipo quale debba essere il risultato esterno.


A volte cambia il nostro modo di percepire la situazione.


A volte diminuisce il risentimento.


A volte troviamo una soluzione che prima non vedevamo.


A volte comprendiamo semplicemente che è arrivato il momento di lasciare andare una relazione o una situazione.


Il punto non è ottenere dall’universo ciò che la mente ha deciso.


Il punto è creare spazio.


Le quattro parole sono quindi una porta, non una formula magica


“Mi dispiace, perdonami, grazie, ti amo” non dovrebbe essere inteso come un incantesimo che obbliga la realtà a modificarsi.


Può diventare invece una pratica di riconoscimento, responsabilità interiore, rilascio e riconnessione.


Quando pensiamo a qualcuno e pronunciamo quelle parole, possiamo ricordarci:


non sto cercando di ripulire te.

Non sto cercando di controllare te.

Sto osservando ciò che la nostra relazione ha attivato dentro di me e lo affido al processo di pulizia.


Ed è forse proprio qui che l’Ho’oponopono contemporaneo rivela la sua funzione più profonda.


Non cambiare il mondo combattendo continuamente ciò che vediamo fuori di noi.


Ma iniziare dal luogo sul quale abbiamo realmente possibilità di intervenire:


il nostro mondo interiore.



 
 
 

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